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PE-n1713-ReMagi-Milano.mm - Viene evidenziata la tradizione tedesca di Giovanni di Hildesheim, che nella sua Istoria Trium Regum
PE-n1714-ReMagi-Milano.mm - La tradizione popolare più attenta agli aspetti domestici della vita della Sacra Famiglia nelle poche settimane trascorse a Betlemme.
PE-n1720-ReMagi-Milano.mm - evoluzione delle leggende nate attorno ai doni dei Magi, concentrandosi in particolare sull'oro e il suo arricchimento narrativo nei secoli.
PE-n1721-ReMagi-Milano.mm - I doni canonici, quelli che conosciamo tutti dal Vangelo di Matteo, beh, sono oro, incenso e mirra.
PE-n1700-eustorgio6.mp3 - originale proprio della puntata 6
PE-n1713-ReMagi-Milano.mm - Viene evidenziata la tradizione tedesca di Giovanni di Hildesheim, che nella sua Istoria Trium Regum
Il brano esplora le molteplici e ricche tradizioni popolari e apocrife sorte attorno ai doni offerti dai Magi a Gesù Bambino, focalizzandosi in particolare sull'oro. Sebbene i doni canonici siano oro, incenso e mirra, la narrazione sottolinea come l’oro in particolare abbia stimolato la fantasia degli scrittori cristiani e dato origine a diverse leggende, come quella riportata nel Vangelo dello Pseudo-Matteo che narra di doni sontuosi aggiuntivi. Viene evidenziata la tradizione tedesca di Giovanni di Hildesheim, che nella sua Istoria Trium Regum attribuisce a Melchiorre l’offerta di trenta denari d'oro e una mela appartenuta ad Alessandro Magno, che si ridusse in polvere al tocco di Gesù, simboleggiando il suo disinteresse per le ricchezze terrene. La parte finale del testo si concentra sulla diffusione della leggenda delle trenta monete a Milano, in particolare presso la basilica di Sant'Eustorgio, dove si celebrava l'Epifania (chiamata Pasquetta), e su come la storia di queste monete sia stata interpretata per suggerire un costante e stretto rapporto tra i doni dei Magi e l'intera vicenda umana di Gesù, dalla nascita alla morte.
PE-n1714-ReMagi-Milano.mm - La tradizione popolare più attenta agli aspetti domestici della vita della Sacra Famiglia nelle poche settimane trascorse a Betlemme.
i remagi in Milano e Santo Eustorgio. La tradizione popolare più attenta agli aspetti domestici della vita della Sacra Famiglia nelle poche settimane trascorse a Betlemme. Vuole che l'oro fosse donato per alleviare la povertà di Giuseppe Maria, l'incenso per nascondere il fetore della stalla, la mirra per rafforzare le tenebre membra del bambino. I tre doni ricevuti dal bambino Gesù ovviamente fu l'oro, quello che nei secoli fece maggiormente fantasticare gli scrittori cristiani. Attorno all'oro dei magi nacquero parecchie tradizioni in tutta cristianità. Il Vangelo dello pseudo Matteo Matteo dice che oltre ai tradizionali loro incenso e mirra immagine offrirono a Maria e Giuseppe altri sontuosi Al bambino ciascuno dei tre offrì una moneta d'oro. Giovanni di Hildesim, uomo di chiesa, scrittore tedesco del X secolo, nella sua istoria Trium Regum, scritta a glorificare la città di Colonia che costituiva le preziose reliquie, ci dice che solo Melchiorre fece doni supplementari alla Sacra Famiglia. offrendo al bambino alcune monete d'oro e altri doni preziosi. Così Melchiorre presentò Gesù 30 denari d'oro e un pomo di grandezza tale che lo si poteva stringere per intero in una mano. Il pomo era appartenuto all'imperatore Alessandro Magno e rappresentava il mondo ed era stato fondere e utilizzando piccole parti d'oro giù da tutte le province del suo impero. L'imperatore lo portava sempre con sé come un talismano e stringendolo nella mano si illudeva di stringere nel palmo il mondo intero e quando il bambino lo sfiorò con la sua mano, il pomousse in polvere, segno che egli, che si era fatto povero per tutti gli uomini, non aveva bisogno di ricchezze. Il piccolo patrimonio offerto da colpì l'immaginazione di molti cristiani e la tradizione popolare di molti paesi di Europa e regista varie leggende che raccontano fin dai minimi particolari tutte le sue avventure e avvicissitudini a Milano, per vari secoli in occasione dell'Epifania che in tutta la diocesi ambrosiana veniva chiamata Pasquetta perché in questo giorno durante la messa solenne do Dopo la lettura del Vangelo veniva dato l'annuncio della data nella quale sarebbe caduta la festività della Pasqua.
Nella cascina di Sant'Austorgio venne mostrata ai fedeli che venivano numerosissimi in pellegrinaggio alla tomba del Re Magi, anche una moneta d'oro che si voleva fosse proprio una delle 30 donate da Mechiorre al piccolo Gesù. Di conseguenza, pure a Milano, ebbe ampia diffusione la leggenda presente anche in differenti versioni, che raccontava la romanzesca serie di passaggi da una mano all'altra di queste 30 celebrimonete. Dietro il pretesto della venturosa trama, la leggenda vuole suggerire lo stretto e costante rapporto tra i doni dei magi e tutta la vicenda umana di Gesù, quasi che i magi con i loro doni avessero già fatto una specie di sintesi anticipata della vita di Cristo che includeva persino eh richiami alla sua genesi. Le monete d'oro, infatti, con la loro storia segneranno tutte le tappe importanti della sua vita, la nascita, il suo cammino missionario tra gli uomini, la sua morte. Invece l'incenso sottolineerà la grande sacralità del suo impegno. terreno e infine la mirra suggellererà quasi come in un rito gli ultimi momenti di vita di Cristo, rendendo sacro il dolore della morte che solo e unicamente il figlio di Dio potè sconfiggere
PE-n1720-ReMagi-Milano.mm - evoluzione delle leggende nate attorno ai doni dei Magi, concentrandosi in particolare sull'oro e il suo arricchimento narrativo nei secoli.
Il testo esplora l'affascinante evoluzione delle leggende nate attorno ai doni dei Magi, concentrandosi in particolare sull'oro e il suo arricchimento narrativo nei secoli. Partendo dai doni canonici (oro, incenso e mirra), il racconto si sposta sui testi apocrifi, come lo Pseudo-Matteo, che introducono il dettaglio di monete d'oro donate al bambino Gesù, colmando i vuoti lasciati dai Vangeli per rendere la narrazione più tangibile. Il punto cruciale è l'elaborazione medievale di Giovanni di Hildesheim (X secolo), che nell' Istoria Trium Regum attribuisce a Melchiorre un dono simbolico: trenta denari d'oro e una mela d'oro appartenuta ad Alessandro Magno, che si disintegra a contatto con Gesù, simboleggiando il rifiuto della regalità terrena in favore di quella spirituale. Infine, il testo segue l'eco di queste storie nella devozione popolare, come l'usanza a Milano di esporre a Sant'Eustorgio una moneta creduta reliquia, dimostrando come queste leggende tessano un filo narrativo e simbolico continuo che lega l'inizio (i doni) e la fine (la Passione e la sepoltura) della storia di Cristo.
PE-n1721-ReMagi-Milano.mm - I doni canonici, quelli che conosciamo tutti dal Vangelo di Matteo, beh, sono oro, incenso e mirra.
Benvenuti oggi, beh, oggi ci avventuriamo in un campo davvero davvero affascinante. Parliamo delle leggende, di quelle tradizioni nate attorno ai doni dei magi, sapete? Concentrandoci sull'oro in particolare. E per questa nostra chiacchierata, diciamo, ci basiamo su alcuni estratti. Vengono da un testo molto curioso, l'oro dei magi e la leggenda delle 30 monete. L'idea, insomma, è un po' seguire questo filo d'oro, è il caso di dirlo, per capire come un singolo dono, uno menzionato nei Vangeli, poi abbia secoli di racconti, interpretazioni a volte anche strane, eh storie incredibili che hanno arricchito la narrazione originale e c'è un dettaglio intrigante che seguiremo: 30 monete d'oro specifiche e il loro viaggio un percorso che ha dell'incredibile. Bene, allora iniziamo a sviscerare questa storia.
Sì, partiamo bene. I doni canonici, quelli che conosciamo tutti dal Vangelo di Matteo, beh, sono oro, incenso e mirra. La tradizione popolare poi, che è sempre molto concreta No, ha dato interpretazioni quasi casalinghe. L'oro per aiutare la sacra famiglia povera, l'incenso per coprire l'odore della stalla, insomma la mirra come un guento per rinforzare il bambino. Però ecco, tra i tre è proprio l'oro che ha, come dire, stimolato di più la fantasia e non solo quella popolare, anche quella degli scrittori cristiani nei secoli, ha creato un vero universo narrativo attorno.
Sì, prendiamo per esempio il Elo dello pseudo Matteo, uno di quei testi chiamati apocrifi. Ecco, lì la storia si arricchisce parecchio. Non ci sono solo i tre doni classici, ma si parla di altri regali sontuosi e dati proprio a Maria e Giuseppe. Ma il dettaglio che ci interessa di più è un altro. Lo pseudo Matteo dice che ogni mago, ciascuno dei tre, diede anche una moneta d'oro direttamente al bambino, una moneta a testa per Gesù.
Ehm sì, questo dettaglio della moneta è è proprio emblematic di come funzionano questi racconti apocrifi. Il termine apogrifo, sai, significa nascosto o segreto, indica testi fuori dal canone ufficiale della Bibbia. Ma attenzione, eh, questo non vuol dire che non abbiano valore, anzi, sono fondamentali per capire la devozione popolare, l'immaginario collettivo. Ci fanno vedere come la gente comune, i fedelli, sentissero il bisogno di riempire i vuoti, no? Di aggiungere dettagli, di rendere le figure sacre più vicine, più concrete. C'è quasi questo desiderio di di rendere l'omaggio tangibile, di dare qualcosa proprio nelle mani del bambino. Questa singola moneta per mago è un piccolo seminarrativo e vedremo che germoglierà in modo sorprendente.
Germogliare, sì, è la parola perfetta. E qui facciamo un bel salto. Avanti nel tempo e anche nello spazio. Siamo nel X secolo in Germania. Lì incontriamo una figura chiave per questa storia. Giovanni di Hildesheim. Era un monaco carmelitano, uno scrittore. Scrisse un'opera che Ebbe una diffusione pazzesca nel Medioevo, l'istoria Trium Regum, la storia dei tre re. Il suo scopo, dichiarato almeno, era celebrare le reliquie dei magi che si diceva fossero a Colonia, dove viveva lui. Ma Ildshim non si limita mica a ripetere i Vangeli, anzi attinge a piene mani da tradizioni precedenti e ci mette del suo, specialmente sui doni, e attribuisce doni in più molto specifici a uno dei magi, a Melcchor, il più anzieno nella sua versione. E qui la storia si fa beh, si fa complessa, elaborata. Secondo Hildesim, Melcure offre a Gesù due cose straordinarie. Primo, 30 denali d'oro, monete d'oro immagino dell'epoca. E teniamo a mente questo numero. 30. Tornerà? E come se tornerà? Secondo dono, un oggetto quasi mitologico, un pomo, una specie di mela d'oro massiccio che, si diceva era appartenuta niente meno che ad Alessandro Magno.
Ah, Alessandro Magno, una figura nell'immaginario medievale. Certo, il sovrano universale per eccellenza.
Esattamente. E questo pomodoro, racconta Hilde Saim, era stato fatto fondendo un po' d'oro da tutte le province dell'impero di Alessandro, proprio per simboleggiare il mondo intero sotto di lui. Era piccolo, eh, stava nel palmo di una mano e Alessandro lo portava sempre con sé come un talismano, quasi illudendosi, stringendolo, di tenere il mondo nel pugno. Un simbolo fortissimo, no, di potere, di ambizione. Ma ecco il momento chiave nel racconto di Hildersheim, il colpo di scena vero. Quando Melkore offre questo pomo d'oro al bambino Gesù e il bambino lo tocca appena con la sua manina, l'oggetto si sbriciola istantaneamente, si riduce in polvere finissima.
Qui la cosa si fa davvero interessante. Il simbolismo è beh, è densissimo, potente.
Non è solo un miracolo per stupire, capisci? È una dichiarazione teologica messa in scena. Il pom d'oro, simbolo del potere terreno, massimo, quello di Alessandro, si dissolve, ha semplice contatto con Cristo bambino. È un'immagine fortissima del rifiuto da parte di Gesù di quel tipo di potere, di regalità. Lui è re, certo, ma il suo regno non è di questo mondo. È come se Ilem dicesse il potere terreno, anche il più grande, il più dorato, e niente, niente di fronte alla vera regalità, quella spirituale, divina che si manifesta nel umiltà nella povertà scelita. E questa immagine, il pomo che diventa polvere, ha avuto un impatto incredibile, sai? Si è diffusa in tutta Europa. Ha alimentato ancora di più il fascino per i doni dei magi.
Impressionante, vero? Come un'immagine letteraria possa avere tutta questa forza. E a proposito del numero 30, quello dei denari d'oro di Melcchor, è difficile non sentire un eco, no? Anche se poi nel Vangelo si parlerà di 30 monete d'argento legate a beh, a un evento molto più c Assolutamente. Il design non fa un collegamento diretto esplicito, ma per chi conosceva le Scritture era quasi inevitabile sentire questa risonanza. 30 pezzi d'oro come omaggio alla nascita, 30 pezzi d'argento come prezzo del tradimento. È un contrasto fortissimo, drammatico e molti commentatori dopo non mancheranno di sottolinearlo. La leggenda, forse all'inizio, anche senza volerlo, inizia a tessere questi fili, no, che collegano l'inizio è la fine della storia di Cristo e usa proprio le monete come tramite. È un esempio perfetto di come le narrazioni nel tempo si arricchiscono, si stratificano di significati.
E l'eco di queste storie, soprattutto quella delle 30 monete, non è rimasta confinata, che so, ai manoscritti, alle discussioni tradotti. Troviamo tracce molto concrete di come queste leggende vivessero proprio nella devozione popolare e per vederlo dobbiamo spostarsi di nuovo. Questa volta in Italia, a Milano, una città che ha un legame storico fortissimo con i magi. Tutto centrato sulla basilica di Sante Storgio.
Ah, Sante Ostorgio, un luogo fondamentale. Sì. La tradizione dice che fu l'arcivescovo Eustorgio a portare le reliquie dei magi da Costantinopoli a Milano nel Varo secolo. E il sarcofago che le conteneva è ancora lì, eh, dietro l'altare maggiore, anche se poi le reliquie, beh, quelle le trafugò Federico Barbarossa e le portò a Colonia. Ecco perché il design scriveva da lì. Ma a Milano il culto è rimasto vivissimo.
Vivissimo, sì, al punto da influenzare anche le usanze liturgiche proprio locali. A Milano e in tutta la diocesi ambrosiana l'Epifania aveva un nome particolare e in parte ce l'ha ancora. La chiamavano Pasquetta. Curioso come nome, vero? Deriva semplicemente dal fatto che durante la messa solenne di quel giorno, dopo il Vangelo, si dava l'annuncio ufficiale della data della Pasqua di quell'anno. Era come una piccola Pasqua che anticipava la grande festa della resurrezione ed è proprio lì in quella basilica di Sant'Estustorgio così legate ai magi, che in occasione della Pasquetta milanese succedeva qualcosa. Si svolgeva una pratica devozionale che ci riporta dritti dritti alla nostra leggenda. Durante le celebrazioni ai fedeli che arrivavano numerosi in pellegrinaggio a quella che credevano la prima tomba dei remagi, veniva mostrata una moneta d'oro solennemente, ma non una moneta qualsiasi. La tradizione fortissima voleva che fosse una delle tre Monete d'oro donate da Melchor, quelle rese famose daim.
Immagino l'effetto sui pellegrini, vedere quella che credevano una reliquia così diretta, un pezzo d'oro toccato da Gesù.
Esatto. Era la leggenda che diventava materia. Vedere quella moneta rendeva la storia incredibilmente vicina, tangibile, reale. Non era più solo un racconto letto o sentito alla predica, era un oggetto sacro lì, quasi da toccare con gli occhi. E questa pratica, l'esposizione della moneta a Santeustorgio. Beh, ovviamente è stata un amplificatore potentissimo per la leggenda delle 30 monete. Ha contribuito tantissimo alla sua diffusione, non solo a Milano, ma anche in altre zone, in Italia, in Europa, e ha generato a sua volta altre versioni, altre varianti narrative sul viaggio quasi avventuroso di queste monete nei secoli donate dai magi, poi magari passate alla Sacra Famiglia per la fuga in Egitto, poi forse usate per il tempio e così via, fino ad arrivare, chissà come a Milano. Ogni versione cercava di dare un percorso credibile a quella singola moneta esposta lì.
Quindi dietro queste storie che sembrano quasi, non so, romanzi d'avventura, il viaggio delle monete, i passaggi di mano, c'era qualcosa di più profondo.
Non erano solo racconti per stupire i fedeli o per intrattenerli?
Beh, l'elemento affabulatorio c'era sicuro. Il piacere del racconto meraviglioso, ma l'intento più profondo, quello che emerge se guardiamo queste leggende tutti insieme, sembra proprio essere quello di creare un collegamento, un collegamento simbolico, forte, continuo tra i doni iniziali dei magi e tutta la vicenda terrena di Gesù.
Non era solo una storiella curiosa su un Po d'oro, era un modo per dire che quei doni non erano un episodio isolato all'inizio della sua vita, ma in qualche modo ne prefiguravano o ne accompagnavano simbolicamente tutto il percorso, come se i magi, offrendo quei doni, avessero senza saperlo, una specie di mappa simbolica della vita di Cristo.
Proprio così hai colto il punto. Se allarghiamo lo sguardo, vediamo questo tentativo tessere un filo narrativo e simbolico che unisca la mangiatoia alla croce e usa proprio i doni come elementi chiave. La leggenda delle 30 monete che viaggiano nel tempo suggerisce che l'omaggio iniziale resta lì quasi a finanziare, potremmo dire, o a segnare le tappe della missione di Gesù. È come se quei doni avessero già dentro in nuce o fossero destinati ad accompagnare tutta la sua storia, dalla nascita al ministero fino alla passione alla morte. La fonte che abbiamo usato parla persino di un legame con la sua genesi, intendendo forse il contesto storico e divino della sua venuta.
E in questa lettura più profonda anche gli altri doni, l'incenso e la mirra, rientrano, hanno un ruolo in questa narrazione continua.
Esattamente. vengono integrati, non sono più solo regali fatti in un momento preciso, diventano simboli che accompagnano tutta l'esistenza terrena di Cristo. Le monete d'oro con la loro storia leggendaria finiscono per segnare le tappe cruciali, nascono come omaggio regale, forse diventano aiuto materiale durante la vita pubblica e poi inevitabilmente richiamano, come dicevamo, il prezzo del tradimento. Chiudono il cerchio tragicamente, segnano il valore dato e il valore tradito. L'incenso che tradizionalmente si offre alla divinità, beh, smette di essere solo il profumo per la stalla. Diventa il simbolo costante della sacralità della missione di Gesù, del suo legame col Padre per tutta la vita tra gli uomini. Rappresenta la sua natura divina nel mondo e infine la mirra. Non è più solo un unguento per neonati, un profumo, siccome si usava anche per imbalsamare, diventa il simbolo che suggella quasi ritualmente gli ultimi momenti, prefigura e accompagna la sepoltura, rende sacro il dolore della morte, una morte che però nella visione cristiana è il preludio necessario alla risurrezione, alla vittoria finale che solo il figlio di Dio poteva ottenere.
È affascinante vedere come questi tre semplici doni citati in un Vangelo, siano stati capaci di di generare tutta questa ricchezza, di interpretazioni, di narrazioni.
Ripercorrendo un po' le tappe, siamo partiti dall'oro, incenso e mirra di Matteo. Abbiamo visto le prime aggiunte negli apocrifi. come lo pseudo Matteo con le monete al bambino. Siamo approdati alle costruzioni medievali elaborate di Giovanni di Hildesheim, i 30 denari, il simbolo potentissimo del pomo di Alessandro che si sbriciola e siamo arrivati fino alle pratiche devozionali concrete come l'esposizione della moneta a Santeestio a Milano durante la Pasquetta.
Un filo d'oro davvero che queste storie hanno cercato di tessere per legare quel momento iniziale, l'adorazione dei magi, all'intera parabola della vita di Cristo. Ma alla fine cosa ci dice tutto questo percorso? Al di là della storia specifica, guarda, questo ci porta a una riflessione più ampia, credo. È davvero notevole vedere come elementi storici o scritturali, anche semplici, qui, tre doni in pochi versetti, possano diventare il catalizzatore, il punto di partenza per tradizioni narrative così vaste, complesse, piene di simbolismo che si sviluppano, si trasformano per secoli. Ci dice molto sul bisogno No, quel bisogno profondo di trovare connessioni, di costruire ponti di significato tra momenti diversi di una storia che si ritiene fondamentale. C'è un desiderio di coerenza, di vedere un disegno di insieme, anche quando magari i testi originali sono più scarni. Queste leggende nate forse dalla devozione o dalla necessità di spiegare, di rendere il divino più accessibile o magari anche solo dal piacere di raccontare storie, beh, ci parlano ancora oggi, ci mostrano come le generazioni passate abbiano interag con i testi sacri o fondativi, non come documenti fissi, immobili, ma come sorgenti, vive di ispirazione da interpretare, arricchire, attualizzare e forse ci pongono una domanda, no? In che modo queste narrazioni stratificate nel tempo continuano a influenzare la nostra percezione, magari anche senza che ce ne accorgiamo? E come noi oggi continuiamo questo processo di interpretazione, di arricchimento delle storie che consideriamo cent per la nostra cultura, la nostra identità, siano esse religiose, storiche o magari anche familiari. È un potente promemoria, credo, di come le storie non siano mai veramente finite, ma continuino a crescere, a cambiare, ad acquisire nuovi strati di significato, viaggiando nel tempo e tra le culture, incontrando nuove domande, nuove sensibilità.